Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

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Offriamo anzitutto a S. Francesco l'olio della nostra fede, affinché sia limpida, solida, dinamica, come la sua

"Rallegriamoci tutti nel Signore, nel suo servo Francesco ci dona la pace".

Eminentissimo Sig. Cardinale Legato Pontificio
Venerati Confratelli nell'Episcopato e nel Presbiterato
Reverendissimi Ministri Generali degli Ordini Francescani
Sig. Presidente della Camera dei Deputati
Sig. Ministro rappresentante del Governo
Onorevoli Autorità Nazionali, Regionali, Provinciali e Comunali
Carissimi fratelli e sorelle amati dal Signore.

1. Nell'antifona di ingresso abbiamo cantato la motivazione più profonda della gioia con la quale da tutte le Chiese di Sicilia siamo venuti in pellegrinaggio in questa Basilica Patriarcale per offrire, a nome di tutti gli italiani, l'olio per la Lampada votiva che arde perennemente davanti alla tomba di S. Francesco, Patrono d'Italia.
Preparati e guidati dai suoi figli, che a nome di tutto l'Episcopato Siciliano saluto e ringrazio nelle persone dei Rev.mi Ministri Generali delle quattro famiglie francescane, siamo venuti nel segno dell'unità nazionale, per invocare il dono della pace nel mondo, in Italia, in Sicilia, attraverso l'intercessione "del più santo degli italiani e del più italiano dei santi" e anche di Santa Chiara nella felice e significativa coincidenza con il 750° anniversario della sua morte.
"Rallegriamoci tutti nel Signore, nel suo servo Francesco ci dona la pace". E noi siam venuti per accoglierla con la luce della fede, con l'anelito della speranza e con la forza della carità, le tre virtù teologali che l'olio e la lampada accesa simboleggiano e ripropongono alla nostra attenzione per un salutare esame di coscienza e un rinnovato impegno di vita cristiana.

2. Offriamo anzitutto a S. Francesco l'olio della nostra fede, affinché sia limpida, solida, dinamica, come la sua.
Una fede limpida fu quella di Francesco, perché innamorato pazzamente di Cristo crocifisso, divenuto l'unica ragione della sua esistenza, per cui meritò di diventarne un'immagine viva e portare nel corpo le stigmate della sua passione.
Una fede solida, perché alimentata quotidianamente dalla parola di Dio, con quell'umiltà dell'intelligenza e del cuore che è condizione per meritare e accogliere la rivelazione del Padre, come ci ha detto Gesù or ora nel Vangelo.
Una fede dinamica, perché animata da quella forte tensione missionaria, che fece di S. Francesco e dei suoi frati gli umili e preziosi araldi itineranti del Vangelo per le vie del mondo.

3. Tale dovrebbe essere anche la nostra fede. Ma purtroppo non è così. Non possiamo, infatti, negare che anche in Italia si fa strada quella "apostasia silenziosa" che il Papa, - al quale va il nostro orante e benaugurate pensiero - ha denunciato nel più vasto contesto europeo a causa della ignoranza religiosa, della frattura tra fede e vita e delle molteplici sfide delle culture dominanti.
La fede è ostacolata dalla mentalità laicista, che considerando la religione come inutile, frutto di suggestione e d'ignoranza, la ritiene lesiva della dignità dell'uomo e dannosa per il suo sviluppo, perché con i suoi dogmi ne asservirebbe l'intelligenza e con la sua morale oscurantista ne ostacolerebbe il pieno esercizio della libertà, per cui essa andrebbe relegata nel privato, senza alcuna rilevanza pubblica. E anche per questo, contro ogni verità storica, si negano le radici cristiane del nostro Continente.
La fede oggi è sfidata dal secolarismo terrenista e scientista, che mette tra parentesi Dio, ritenendolo addirittura un ostacolo all'affermazione e al progresso dell'uomo, il quale sarebbe in grado di costruire il suo futuro senza Dio, sostituito dal progresso indefinito della tecnica e della scienza, in un orizzonte puramente temporale e terreno.
La fede è insidiata dal materialismo pratico, edonista, consumista, permissivo e libertario, che porta di conseguenza al relativismo morale e all'indifferenza religiosa, perché preoccupato solo o prevalentemente del benessere materiale e dei nuovi miti che lo sostengono con l'uso tante volte scorretto dei pur prestigiosi mezzi di comunicazione, e perciò con grave pregiudizio dei valori oggettivi e della vita morale.

4. Per queste ragioni S. Francesco invita noi cristiani a una testimonianza di fede più robusta e convinta, più visibile e incisiva, più illuminante e persuasiva, più coerente e fattiva: in una parola, più missionaria, in vista della nuova evangelizzazione.
Con la sua radicalità evangelica ci ricorda che testimoniare la fede significa seguire il Cristo nella via del Vangelo con coerenza, senza fratture tra il credere e l'operare, sia nella vita privata come in quella pubblica, ovunque, in casa, in ufficio, a scuola, sul posto di lavoro, per strada, senza vergognarsi della Croce di Cristo, che è la nostra salvezza e la nostra gloria.
Con la sua incondizionata fedeltà al Papa, alla Santa Sede, alla sacra Gerarchia, ci ricorda che non si può essere fedeli a Cristo se non si è fedeli alla Chiesa, che non si possono fare indebite e soggettive selezioni tra le verità del Vangelo e gli insegnamenti del Magistero. Il soggettivismo della fede e l'indebolimento dell'appartenenza ecclesiale non qualificano il cristiano, ma ne compromettono la vera identità.
Con la sua ardimentosa e inarrestabile tensione missionaria, S. Francesco ci ricorda che testimoniare la fede significa professare, difendere e diffondere la verità che promana dal Vangelo e dalla Croce di Cristo ovunque e con coraggio, senza lasciarsi blandire dalle ideologie, senza lasciarsi irretire dai compromessi, senza lasciarsi imbavagliare dalle minacce o dalla paura, sapendo andare, quando occorre, anche contro corrente.

5. Offriamo a S. Francesco l'olio della nostra speranza, affinché sia motivata e ardente come la sua.
Era motivata la sua speranza, perché ancorata sulla fede e totalmente fondata su Cristo. Nella sua giovinezza aveva ceduto alle illusorie e false promesse del mondo alla ricerca di una felicità fondata sugli idoli del denaro, del piacere, del successo, finché non fu folgorato dalla luce del Vangelo che lo liberò dalle seduzioni menzognere del mondo, e lo aiutò a scoprire il vero senso della vita. Ricordiamolo tutti, ma in modo particolare i giovani, venuti così numerosi per ispirarsi alla singolare avventura di Francesco e di Chiara.
Quanto il Siracide, nella prima lettura, ha attestato del Sommo sacerdote Simone, giustamente è applicato al Poverello di Assisi: non solo perché nella sua vita riparò il tempio e fortificò il santuario di Dio che è la Chiesa, ma anche perché nella Chiesa e nel mondo rifulse come un astro mattutino di speranza fra le nubi della confusione, della corruzione, delle eresie, delle lotte, delle guerre in cui si dibatteva la società del suo tempo.

6. Ma non molto dissimile è la società del nostro tempo.
Coma ha scritto il Papa nella recente esortazione Ecclesia in Europa, "il tempo che stiamo vivendo, con le sfide che gli sono proprie, appare come una stagione di smarrimento. Tanti uomini e donne sembrano disorientati, incerti, senza speranza, e non pochi cristiani condividono questi stati d'animo" (EE, 7).
Certo, i terrorismi, le guerre, le guerriglie che in tante parti del mondo seminano violenze, distruzioni e morte senza fine, la crescente crisi della famiglia, minacciata nella sua vera identità, il diffondersi delle devianze giovanili sempre più precoci, il dramma della disoccupazione, l'espandersi della criminalità diffusa, e i sussulti eversivi e sanguinari di quella organizzata, i delitti contro la vita dal suo sbocciare al suo termine naturale, come anche l'imperversare del dissesto ecologico e della violenza negli stadi, non aprono il cuore alla speranza. Non mancano, tuttavia, segnali positivi di bene che ci invitano a sperare. Ma ricordiamolo: la vera speranza che non delude è soltanto Cristo. Lo abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale: "Sei tu, Signore, l'unico mio bene". A lui dobbiamo ritornare, da lui dobbiamo ripartire.

7. Offriamo, infine, a S. Francesco l'olio della nostra carità, affinché sia operosa come la sua, imparata alla scuola di Gesù, "mite e umile di cuore".
"Come un carbone ardente, pareva tutto divorato dalla fiamma dell'amore divino", dell'amore trinitario, attesta di lui S. Bonaventura.
Ma per Francesco la prova del nove dell'amore a Dio è l'amore verso tutti gli uomini, senza frontiere e senza restrizioni, soprattutto verso i nemici, con la forza del perdono, che spezza la spirale dell'odio, del rancore, della ritorsione, della vendetta. Per questo non cessa di cantare: "Laudato si, mio Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore. Beati quelli che 'l sosterranno in pace".

8. La pace è il frutto dell'amore e del perdono.
Come dono di Dio, va invocata con la preghiera, va attinta alla sua sorgente inesauribile, l'Eucaristia, e ritrovata, quando è perduta a causa del peccato, nel Sacramento della Riconciliazione.
Quanta attenzione S. Francesco ha posto verso questi sacramenti risulta ampiamente dai suoi scritti, soprattutto dalle lettere ai Chierici, ed è significativo che il Papa oggi la riproponga con insistenza a tutta la Chiesa.
Ma non può esserci pace senza giustizia. Lo scenario delle povertà vecchie e nuove, materiali e morali, che si allarga spaventosamente in un mondo globalizzato, interpella le nostre coscienze, esige risposte concrete con quella "fantasia della carità" della quale fu capace S. Francesco e che deve rendere capaci anche noi, "non solo nel prestare l'aiuto e il soccorso della generosità, ma anche e soprattutto nel farci vicini, solidali con chi soffre" (NMI, 50).

9. Garantire la giustizia per promuovere la pace è compito di tutti, ma in modo preminente di quanti, ad ogni livello, hanno responsabilità politiche e amministrative.
La presenza delle massime autorità nazionali, regionali, provinciali, comunali della nostra Sicilia, che saluto con deferente rispetto, ha un alto ed esigente significato: esprimere a S. Francesco il proposito di porsi, concretamente e uniti, a servizio del nostro popolo, provato in questi quindici anni da stragi e da sofferenze, ma desideroso di riscatto e capace di futuro perché ricco di grandi potenzialità, purtroppo non sempre riconosciute e adeguatamente valorizzate.
Questo chiede S. Francesco, guardando soprattutto ai poveri, alle famiglie, ai giovani, che devono essere al centro di ogni programmazione politica, finalizzata veramente a servizio dell'uomo.

10. A tutti, infine, rivolge la prima e fondamentale raccomandazione contenuta nel suo messaggio ai Reggitori di popoli: "Non dimenticate il Signore, assorbiti come siete dalle cure e dalle preoccupazioni di questo mondo, e non deviate dai suoi comandamenti".
E' un'esortazione che tutti dobbiamo accogliere come il proposito più concreto del nostro pellegrinaggio di fede e di conversione.
Un proposito corale che affidiamo, a conclusione dell'Anno del Rosario, all'intercessione di Maria, la nostra Odigitria, alla quale chiediamo, per amore di S. Francesco e Santa Chiara, di benedire la Sicilia, l'Italia, l'Europa, il Mondo. Amen.

 


 
 



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